La differenza tra richiesta e pretesa: lo sciacallo, la giraffa e il «niente»
Quel «niente» che aspetta qualcuno
«Non è niente.»
A volte lo diciamo in fretta, mentre sparecchiamo o rispondiamo a un messaggio. Lo diciamo perché, in quel momento, non sembra esserci spazio per dire altro.
Poi, però, quel niente resta. Lo ritroviamo la sera, nel silenzio della macchina, nel modo in cui chiudiamo una porta un po' più forte del solito. E dentro, piano piano, prende forma un pensiero: se mi conoscesse davvero, avrebbe capito.
È un pensiero umano, e lo conosco bene anch'io. Dentro c'è un desiderio bellissimo: essere viste senza doverlo chiedere. Ma dentro c'è anche un'attesa che, a volte, ci lascia sole: che l'altro abbia già preparato lo spazio giusto per accoglierci. Da solo. Con la bacchetta magica.
In questo articolo ti propongo di guardare quel momento da vicino, e di scoprire insieme la differenza tra richiesta e pretesa. Con un po’ di teoria, che ti lascio come porta per andare oltre. E con un esercizio da fare con le mani, perché certe cose si capiscono meglio toccandole che leggendole.

La differenza tra richiesta e pretesa
Marshall B. Rosenberg, psicologo statunitense, ha chiamato Comunicazione Nonviolenta (spesso scritta anche «non violenta», o CNV) un modo di parlare e di ascoltare che prova a tenere vivo il contatto tra le persone, anche quando c'è tensione. In italiano lo trovi raccontato nel libro Le parole sono finestre (oppure muri).
Rosenberg descrive quattro passaggi, che non sono una formula da recitare ma un ordine in cui guardare le cose:
Osservazione · cosa è successo, descritto come lo vedrebbe una telecamera, senza giudizi.
Sentimento · cosa ho provato, con un nome il più preciso possibile.
Bisogno · cosa è importante per me, e che quel sentimento mi sta segnalando.
Richiesta · cosa chiedo, concretamente, adesso.

Come si riconosce una pretesa
Secondo Rosenberg, una richiesta viene vissuta come pretesa quando l'altro sente che, se dice di no, verrà biasimato o punito. Le parole possono essere persino gentili. A fare la differenza è lo spazio che lasciamo alla risposta.
C'è un modo semplice per accorgersene, suggerito proprio da lui: guarda cosa succede dentro di te quando l'altro dice no. Se arrivano il rimprovero, il broncio, il senso di colpa da far pesare, forse era una pretesa travestita da richiesta.


Uno sguardo un po' più largo
A me sembra che la pretesa non nasca dalla cattiveria. Spesso nasce da ciò che abbiamo imparato. In molte famiglie chiedere significava disturbare, oppure sembrare deboli. E in tante storie d'amore che ci hanno raccontato, chi ci ama davvero capisce senza bisogno di parole: se devi chiederlo, non vale.
Sono copioni culturali, non verità. E come ogni copione si possono guardare, e a volte riscrivere.
Lo sciacallo e la giraffa
Nei suoi seminari Rosenberg non usava solo le parole. Portava due marionette da infilare sulle mani: uno sciacallo e una giraffa. Era un modo leggero, quasi un gioco, per far vedere due linguaggi che abitano in tutti noi.
Lo sciacallo sta basso, vicino a terra: vede poco lontano e reagisce in fretta. Parla per giudizi, etichette e obblighi. «Sei sempre la solita.» «Dovresti saperlo.» «Non è giusto.» È la voce che, quando qualcosa ci ferisce, cerca subito un colpevole: l'altro, oppure noi stesse.
La giraffa è stata scelta, raccontava Rosenberg, perché è l'animale di terra con il cuore più grande. E con quel collo lungo riesce a guardare un po' più in là. Parla di ciò che è successo, di ciò che sente, di ciò che le importa. E quando chiede, lascia all'altro la libertà di rispondere.
Una cosa mi sta a cuore dirla subito: lo sciacallo non è il cattivo della storia. Spesso parla per proteggere un bisogno che ancora non sa nominare. Non va zittito: va tradotto.
Le quattro orecchie
Nella CNV si dice che, davanti a una frase che ci punge, possiamo ascoltare in quattro modi diversi:
Orecchie da sciacallo verso l'esterno · «Sei tu che sbagli.»
Orecchie da sciacallo verso l'interno · «Ha ragione, sono io quella sbagliata.»
Orecchie da giraffa verso l'interno · «Cosa sto provando? Di cosa avrei bisogno?»
Orecchie da giraffa verso l'esterno · «Cosa sta provando l'altro? Di cosa avrà bisogno?»

Mettiamo le mani in pasta: due marionette e un «niente»
Ti propongo un esercizio da fare con calma, in circa mezz'ora. Non serve saper disegnare: serve solo un po' di curiosità e il permesso di giocare.
Ti serviranno
due sacchetti di carta del pane, oppure due calzini spaiati
pennarelli, ritagli di stoffa o di carta colorata, colla, nastro
un foglio e una penna

1. Costruisci lo sciacallo
Con il primo sacchetto o calzino costruisci il tuo sciacallo. Orecchie a punta, un muso basso, i colori che vuoi. Mentre lo fai, prova a chiederti: che voce ha? Che parole usa più spesso, quando qualcosa mi ferisce?
2. Costruisci la giraffa
Con il secondo, la giraffa. Un collo lungo, magari fatto con una striscia di stoffa, e un cuore grande, disegnato dove vuoi tu. Scegli con calma il colore del cuore: è un piccolo gesto, ma dice già qualcosa di come vorresti ascoltarti.
3. Scegli il tuo «niente»
Sul foglio scrivi un momento recente in cui hai detto, o pensato, «non è niente». Non il più doloroso: uno piccolo, che puoi guardare senza fatica.
4. Lascia parlare lo sciacallo
Infila lo sciacallo sulla mano e lascia che dica tutto, ad alta voce se te la senti. Le accuse, i «dovresti», i «sempre» e i «mai». Anche quelle verso di te. Non correggerlo: ascoltalo. A volte fa quasi sorridere sentire quanto è sicuro di sé.
5. Ora tocca alla giraffa
Infila la giraffa sull'altra mano. Lei riprende la stessa scena, un passo alla volta:
Cosa è successo? Solo i fatti, come li vedrebbe una telecamera.
Cosa ho provato? Cerca una parola più precisa di «male»: delusa, ferita, sola, imbarazzata, arrabbiata, stanca.
Di cosa avevo bisogno? Rispetto, essere ascoltata, sentirmi parte, un po' di cura.
Cosa potrei chiedere? Una cosa concreta, che l'altro possa fare davvero.
6. La prova del no
Ora immagina che l'altro risponda «no» alla tua richiesta. Cosa succede dentro di te? Se torna lo sciacallo con un rimprovero pronto, forse la richiesta ha ancora un po' di pretesa dentro. Riscrivila finché il no può avere un posto, anche se non ti piace.


7. Un minuto per te
Alla fine, togli le marionette e resta un momento con le mani libere. Annota solo una cosa: cosa hai notato di diverso tra le due voci, nel corpo, nel respiro, nelle mani.
Non devi usare la frase della giraffa domani. Puoi anche solo tenerla in tasca. A volte basta sapere che esiste.
Scarica la scheda e stampala: trovi lo spazio per lo sciacallo e per la giraffa, la prova del no e un piccolo vocabolario di sentimenti e bisogni, per quando le parole non arrivano.

Uno spazio che si costruisce in due
Ci piacerebbe che lo spazio per i nostri «niente» fosse già lì, pronto, preparato da chi ci vuole bene. A volte succede, ed è un regalo. Più spesso, però, quello spazio si costruisce. Un po' alla volta, in due.
E si costruisce con piccoli mattoni: una frase detta invece che trattenuta, una domanda al posto di un rimprovero, un no ascoltato invece che punito. Anche la richiesta più gentile non è una bacchetta magica. Non garantisce che l'altro dica sì, e non deve farlo. Garantisce solo una cosa: che tu ci sei, con ciò che senti, e che lasci all'altro il posto per esserci a modo suo.
Ci sono anche momenti in cui chiedere non basta, o non è sicuro. Se in una relazione il tuo no non viene mai rispettato, o se hai paura delle reazioni dell'altro, non è una questione di parole giuste: è importante parlarne con qualcuno di cui ti fidi, e farti accompagnare.
Una domanda da portare con te
E tu, oggi, cosa potresti chiedere invece di aspettare?
Se ti va, scrivimelo nei commenti o in un messaggio. Anche solo la frase della tua giraffa, così com'è venuta.
Continua nel percorso
Questo articolo accompagna la settimana 05 di 21 settimane nello Spazio Bi, il percorso gratuito per uscire dalla modalità sopravvivenza: Fermati, Ascoltati, Scegli. Ogni settimana una domanda, una scena, qualche esercizio e un quaderno da compilare al tuo ritmo. Dalla settimana 05, «Cosa sto provando?», si passa alla 06, «Di cosa ho bisogno?»: proprio il passo che prepara una richiesta. Puoi iniziare dalla settimana 1 quando vuoi.
Spazio Bi è uno spazio di counseling e di educazione alla consapevolezza. Se senti il desiderio di guardare queste dinamiche insieme, in presenza o online, il primo incontro è gratuito e senza impegno. Se quello che stai vivendo è un peso troppo grande da portare da sola, scrivimi: insieme capiamo quale professionista può esserti d'aiuto.
Per andare oltre, altrove
Spazio Bi è un punto di partenza: se qualcosa ti incuriosisce, vai oltre. Anche altrove!!!
Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla Comunicazione Nonviolenta, Esserci edizioni. Il libro da cui partire. (scheda)
Lucy Leu, Manuale pratico di Comunicazione Nonviolenta, Esserci edizioni. Esercizi per lo studio da sole o in gruppo, costruiti sul libro di Rosenberg (nuova edizione con capitolo inedito). (scheda)





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